CAPITOLO III

BRAND EMERGENTI PERCHÉ PARLARNE
Nel panorama contemporaneo della moda, il concetto di “emergente” non si limita più a designare un giovane marchio in ascesa: rappresenta una filosofia progettuale, una visione alternativa al sistema consolidato del fashion business.
I brand indipendenti incarnano una nuova forma di racconto: non vendono solo abiti, ma idee, valori e identità collettive. La moda contemporanea, e in particolare quella indipendente, risponde a questa esigenza offrendo narrazioni autentiche: piccole imprese creative che, attraverso una comunicazione diretta e relazionale, costruiscono comunità, non semplici target di mercato. Nel contesto romano, questa tendenza assume un valore particolare. Roma, da sempre culla di classicismo e bellezza, si è oggi trasformata in un laboratorio di contaminazione, una città in cui la moda sperimentale incontra l’arte, la fotografia, la musica e la comunicazione digitale. Se Milano rimane il cuore industriale del fashion italiano, Roma si sta affermando come nuova capitale della creatività indipendente, dove i brand emergenti ridefiniscono le regole del gioco. Come osserva Gilles Lipovetsky in L’impero dell’effimero (1987),
la moda è “il riflesso mobile della società moderna, un linguaggio estetico in continua mutazione”.
I brand romani come Dual Design, Airhess e UNFRMD sono espressione di questa trasformazione: manifestazioni fluide di un nuovo linguaggio estetico e comunicativo, che unisce artigianalità, innovazione e identità territoriale.

DUAL DESIGN
DIALOGO TRA CONTEMPORANEITÀ E ARTIGIANALITÀ
Nato a Roma nel 2023 dalla collaborazione di Giulia De Santis e Valentina Villani, due giovani designer formatesi alla Nuova Accademia di Belle Arti, Dual Design rappresenta una delle voci più originali della nuova moda romana. Il nome stesso racchiude l’essenza del progetto: Dual, come doppio, incontro, equilibrio, ma anche tensione costante tra poli opposti - tradizione e sperimentazione, artigianato e contemporaneità. Jean-Noël Kapferer, in The New Strategic Brand Management (2012), afferma che
“l’identità di un brand non nasce solo da ciò che comunica, ma da ciò che riesce a mettere in relazione”.
La relazione è, infatti, la chiave di lettura del progetto Dual Design: un marchio che vive del dialogo continuo tra due menti creative e del rapporto empatico che costruisce con il proprio pubblico. Ogni creazione nasce da un processo manuale e riflessivo, che unisce tecnica sartoriale e ricerca estetica. Il risultato è una moda che non grida, ma sussurra significati, restituendo valore al tempo, al gesto e alla materia. In questa prospettiva, Dual Design interpreta perfettamente ciò che Pine e Gilmore definiscono “l’economia dell’esperienza” (The Experience Economy, 1999): un sistema in cui il valore non risiede più nel prodotto in sé, ma nel racconto e nell’esperienza che esso genera. Come osserva Philip Kotler in Marketing 5.0 (2021),
“il consumatore non cerca più prodotti, ma esperienze significative”.
La moda di Dual Design risponde a questa domanda, proponendo un’estetica sensoriale che si configura come esperienza percettiva.

ESTETICA E NARRAZIONE VISIVA
L’estetica di Dual Design è minimalista e sensoriale, ma mai fredda. Ogni capo racconta una storia fatta di texture, punti di maglia, fili intrecciati e superfici tattili. Le campagne del brand non documentano un prodotto, ma interpretano un’idea di femminilità e di tempo sospeso. La moda diventa così una narrazione visiva lenta e consapevole, in cui ogni dettaglio è significato. L’approccio visivo del brand si inserisce nella logica del marketing sensoriale, che secondo Bernd Schmitt (Experiential Marketing, 1999) mira a coinvolgere i sensi per generare emozioni e ricordi duraturi. In questo caso, la tattilità e la calma visiva diventano strumenti di posizionamento emotivo: Dual Design non è solo un brand, ma un’esperienza percettiva. L’uso del textile e della maglieria, centrali nel linguaggio del brand, assume un valore poetico: il tessuto diventa una materia viva, che parla attraverso le mani di chi lo plasma. Come sostiene Susan Sontag in Sulla fotografia (1977),

“ogni immagine è una forma di interpretazione, non una semplice rappresentazione”.
Il linguaggio visivo di Dual Design è coerente con questa filosofia e si articola in tre principi chiave:
Tonalità neutre, quasi contemplative
Composizioni fotografiche essenziali e bilanciate
Luci che disegnano la materia piuttosto che illuminarla
COMUNICAZIONE E MARKETING ESPERIENZIALE
La comunicazione di Dual Design è coerente, selettiva e profondamente narrativa. Il marchio rifiuta la logica dell’hype e del consumo rapido, per costruire invece un rapporto autentico con una community di nicchia: designer, stylist, fotografi e consumatori consapevoli, che riconoscono nel brand una visione affine ai propri valori. Sui social network, Dual Design adotta una strategia basata sull’intimità visiva: immagini pulite, testi brevi ma evocativi, storytelling visivo che privilegia la qualità alla quantità. La viralità non è un obiettivo: l’obiettivo è la coerenza.
Questa coerenza diventa il cuore della strategia del brand.
Dal punto di vista del posizionamento di marketing, Dual Design occupa una fascia alta di mercato, ma con un linguaggio accessibile: un “lusso relazionale”, fondato sul valore emotivo dell’unicità. La scelta di non collaborare con influencer mainstream, ma con creativi indipendenti (fotografi, art director, stylist) rafforza l’immagine di autenticità e coerenza. Dual Design incarna così un’identità estetica e comunicativa che parla un linguaggio intimo, contemporaneo e privo di artificio.

POSIZIONAMENTO E VALORE CULTURALE
Nel panorama dei brand emergenti romani, Dual Design rappresenta la voce più introspettiva e artigianale. La sua forza consiste nel coniugare creatività, lentezza e consapevolezza estetica, in un momento storico dominato dalla produzione rapida e dall’immagine effimera. Dual Design riflette una Roma giovane, riflessiva e in cerca di autenticità.
Secondo Douglas Holt, i brand iconici non nascono da strategie di vendita, ma da visioni culturali. Dual Design si colloca in questa prospettiva: non vende prodotti, ma costruisce significati condivisi. Come osserva Andrea Fontana in Storytelling d’impresa (2012),
“un brand che racconta in modo autentico costruisce legami, non campagne”.
Allo stesso modo, David Aaker, in Building Strong Brands (1996), sottolinea che la forza di una marca risiede nella
“coerenza tra ciò che promette e ciò che realizza”.
Il brand si posiziona come marca culturale: non compete sul piano commerciale, ma su quello simbolico. La sua forza risiede nella capacità di creare valore attraverso il racconto e l’esperienza. Gilles Lipovetsky, in L’impero dell’effimero (1987), afferma che
“la moda, oggi più che mai, è il luogo in cui la società riflette sestessa”.
Dual Design interpreta questa idea proponendo una moda che non è mera esposizione, ma riflessione.

VERSO IL CONFRONTO CON GLI ALTRI BRAND
Nell’universo dei brand emergenti romani, Dual Design occupa il polo artigianale e concettuale, mentre Airhess rappresenta l’anima simbolica e sperimentale, e UNFRMD quella urbana e decostruttiva. Le tre realtà, pur diverse, condividono una visione comune: quella di una moda autoriale e comunicativa, che usa il linguaggio del marketing non come strumento persuasivo, ma come narrazione culturale. Il confronto che segue permette di comprendere come ciascun brand declini in modo personale i tre assi fondamentali del progetto Genovae: moda, comunicazione e marketing, in equilibrio tra identità, sperimentazione e territorio.
INTERVISTA a cura di Livia Morel
IL DOPPIO COME ESSENZA
di Marta Lenci Fashion & Culture Editor, Genovae Magazine.
Un dialogo con Giulia De Santis e Valentina Villani, fondatrici di Dual Design.
È un pomeriggio tiepido e sospeso, tra luce e ombra, proprio come i tessuti di Dual Design. Le due fondatrici, Giulia De Santis e Valentina Villani, mi accolgono nel loro piccolo atelier romano, dove fili di lana e carta da schizzi convivono in un equilibrio poetico. Si definiscono “due metà dello stesso pensiero”, ma ciò che colpisce è come riescano a tradurre quella dualità in una filosofia progettuale concreta, fatta di artigianalità, marketing consapevole e comunicazione visiva raffinata. Tra una tazza di caffè e una prova di maglia, parliamo di creatività, identità e della nuova generazione di brand emergenti che sta riscrivendo la moda romana.
NOTA EDITORIALE DI LIVIA MOREL
Nell’universo accelerato della moda contemporanea, Dual Design si muove in controtendenza. Non vende sogni veloci, ma visioni durature. In ogni capo, in ogni scatto, in ogni parola si percepisce una strategia di marketing esperienziale che parla la lingua dell’umanità: quella del tempo, del gesto, del silenzio. Un brand che non segue la moda, ma la interroga.
Livia Morel: Partiamo dal principio. Come nasce Dual Design e cosa significa per voi la parola “dualità”?
Giulia: Dual è nata da un dialogo, prima ancora che da un disegno. Io e Valentina avevamo due visioni molto diverse della moda: io più strutturale, lei più istintiva.
Valentina: E ci siamo rese conto che quella differenza poteva essere la nostra forza. La dualità, per noi, non è opposizione ma armonia. È l’incontro di due energie che si completano.

Livia Morel: Partiamo dal principio. Come nasce Dual Design e cosa significa per voi la parola “dualità”?
Giulia: Dual è nata da un dialogo, prima ancora che da un disegno. Io e Valentina avevamo due visioni molto diverse della moda: io più strutturale, lei più istintiva.
Valentina: E ci siamo rese conto che quella differenza poteva essere la nostra forza. La dualità, per noi, non è opposizione ma armonia. È l’incontro di due energie che si completano.
LM: L’artigianalità è al centro del vostro progetto. In un mondo dominato dal fast fashion, perché avete scelto una produzione lenta e manuale?
Valentina: Perché la lentezza è un atto politico. Vogliamo che chi indossa un nostro capo percepisca il tempo che c’è dietro.
Giulia: Ogni maglia, ogni tessitura è irripetibile. Non è solo un prodotto, ma un’esperienza tattile. Come dice Bernd Schmitt, il valore oggi nasce dall’esperienza sensoriale, non dalla quantità.
LM: La vostra comunicazione è essenziale, quasi meditativa. Come costruite l’immaginario visivo di Dual Design?
Giulia: Lavoriamo molto sull’emozione visiva. Ogni immagine deve far sentire qualcosa, non solo mostrare.
Valentina: Ci ispiriamo alla fotografia analogica, alle luci morbide, ai silenzi visivi. Comunicare per noi significa evocare, non spiegare.
LM: In un’epoca di contenuti veloci, la vostra scelta di non puntare sulla viralità è controcorrente. È una strategia consapevole?
Giulia: Assolutamente sì. Preferiamo la coerenza alla popolarità.
Valentina: Il nostro marketing non è aggressivo, è relazionale. Come dice Kotler, oggi la fiducia è la vera valuta. Noi cerchiamo di costruirla ogni giorno, con piccoli gesti e trasparenza.
LM: Il vostro linguaggio visivo è molto coerente: toni neutri, linee pulite, un senso di calma. È una scelta estetica o strategica?
Valentina: Entrambe. La calma è la nostra identità visiva, ma anche la nostra firma di marketing.
Giulia: In un feed caotico, il silenzio comunica più del rumore. È così che vogliamo distinguerci.
LM: Roma è la vostra città. Quanto influisce sulla vostra creatività e sulla vostra visione di marca?
Giulia: Roma è lentezza e stratificazione. È la città dei contrasti, come noi.
Valentina: Ci ispira perché non ha paura del tempo. Qui ogni pietra racconta una storia. Roma ci ha insegnato che la moda può essere anche memoria.
LM: Parliamo di pubblico. A chi si rivolge Dual Design e come costruite la vostra community?
Giulia: A chi cerca autenticità. Non a chi vuole apparire, ma a chi vuole esprimersi.
Valentina: La nostra community è piccola ma reale. Preferiamo cento persone che comprendono il nostro linguaggio a mille che lo scorrono senza capirlo.
LM: Nelle vostre collaborazioni coinvolgete fotografi e stylist indipendenti. È una scelta creativa o una strategia di branding?
Giulia: Entrambe le cose. Le collaborazioni ci permettono di ampliare la nostra visione e restare coerenti.
Valentina: È il nostro modo di fare networking autentico: non compriamo visibilità, la costruiamo.
LM: Parlando di marketing, come definireste il vostro posizionamento nel mercato?
Valentina: Direi che siamo in una dimensione “slow-luxury”: il lusso del tempo, del gesto, della sincerità.
Giulia: Il nostro posizionamento è identitario più che economico. Non vogliamo piacere a tutti, ma essere indispensabili per qualcuno.
LM: Se doveste riassumere Dual Design in una sola parola, quale sarebbe?
Giulia: “Dialogo”.
Valentina: “Essenza”.
Giulia: In fondo, il nostro marchio è proprio questo: l’essenza che nasce dal dialogo.
AIRHESS
IL GIOIELLO COME LINGUAGGIO
Chi è AIRHESS?
Nato a Roma nel gennaio 2025, AIRHESS è un progetto indipendente ideato e fondato da Giulia Cappelli, giovane designer romana con una formazione ibrida tra arte contemporanea e design del gioiello. Fin dall’inizio, AIRHESS nasce con una visione precisa: creare gioielli simbolici, capaci di racchiudere significati personali e concettuali, in un dialogo costante tra estetica e introspezione.
Il nome AIRHESS
Il nome richiama il respiro, l’elemento invisibile che connette corpo e spirito, materia e idea. Ogni creazione nasce da un’emozione, da un pensiero o da un frammento di vita che Giulia traduce in metallo, trasformando la materia in linguaggio. A differenza di molti altri brand emergenti, AIRHESS ha scelto un modello di distribuzione alternativo e consapevole: vendita esclusiva attraverso e-commerce e pop-up temporanei, con l’obiettivo di mantenere un rapporto diretto e autentico con la propria community. Questa scelta riflette la volontà della fondatrice di preservare l’essenza più intima e artigianale del progetto, facendo della lentezza e dell’ascolto due valori centrali. Dal punto di vista strategico, AIRHESS rappresenta un esempio concreto dei principi del marketing esperienziale teorizzati da Bernd Schmitt (1999), secondo cui
“i consumatori non cercano solo prodotti, ma esperienze memorabili e significati personali.”
«Ogni gioiello è un piccolo universo simbolico: non serve spiegarlo, basta sentirlo.»
Giulia Cappelli, fondatrice di AIRHESS

ESTETICA E LINGUAGGIO VISIVO
AIRHESS costruisce una narrazione coerente e delicata, dove il gioiello non è ornamento ma veicolo di significato. Nel linguaggio visivo del brand domina il simbolo del cerchio, archetipo di continuità e ciclicità, mentre la scelta di materiali naturali e superfici imperfette diventa un manifesto di autenticità. Questo approccio rientra nella logica del branding narrativo delineato da Robert Jones (2017) in Branding: A Very Short Introduction, secondo cui:
“il valore di un brand risiede nella storia che riesce a far vivere ai suoi interlocutori.”
L’identità visiva di AIRHESS si fonda su una dialettica tra minimalismo e simbolismo. Le linee pure e le forme essenziali diventano veicoli di narrazioni profonde: anelli, orecchini e pendenti che sembrano piccoli talismani, capaci di custodire storie invisibili. Le campagne fotografiche, curate in ogni dettaglio, valorizzano la connessione tra oggetto e persona: ambientazioni neutre, luce naturale, materiali grezzi e palette sobrie creano un’estetica meditativa e raffinata. Ogni immagine mira a evocare sensazioni più che a mostrare il prodotto, favorendo un’esperienza percettiva quasi sensoriale.
Come sottolinea la fondatrice
«Non cerco la perfezione. Cerco ciò che respira, ciò che vive, ciò che racconta una storia.»
COMUNICAZIONE E MARKETING
SIMBOLISMO, ARTIGIANALITÀ E CONNESSIONE DIRETTA
La strategia comunicativa di AIRHESS si basa su un approccio intimo, diretto e relazionale. La vendita esclusiva online e i pop-up esperienziali diventano strumenti di dialogo personale con la community, superando i canali tradizionali della moda commerciale. Questo modello, ispirato ai principi del marketing valoriale di Philip Kotler (2021), mira a costruire una relazione fondata non sul bisogno ma sull’empatia:
“Le persone non comprano prodotti, comprano significati e valori che rispecchiano la loro identità.”

AIRHESS NON VENDE SEMPLICEMENTE ACCESSORI: COSTRUISCE ESPERIENZE EMOTIVE, SPAZIANDO TRA ARTE, DESIGN E RACCONTO INDIVIDUALE.
AIRHESS sviluppa i propri contenuti digitali con coerenza estetica e sensibilità: video lenti, immagini tattili, testi brevi e poetici. Ogni pubblicazione sui social diventa una micro-narrazione visiva che riflette l’universo intimo del marchio. Il tono è calmo, riflessivo, mai urlato. La comunicazione non mira alla viralità, ma alla costruzione di una community ristretta e fedele, capace di riconoscersi nei valori di autenticità e consapevolezza. Secondo Guido Guerzoni (2018), “il valore comunicativo di un brand cresce in proporzione alla sua capacità di emozionare senza gridare.” AIRHESS incarna esattamente questa visione: un marchio che comunica attraverso il silenzio, trasformando la delicatezza in forza narrativa.
MARKETING
Sul piano del marketing, Giulia Cappelli adotta un modello “slow luxury”, basato sulla qualità, sulla relazione diretta e sulla ritualità del gesto artigianale. Ogni gioiello è presentato come un oggetto esperienziale, accompagnato da un racconto che spiega la sua genesi, rendendo l’atto d’acquisto un momento di riflessione e appartenenza.


INTERVISTA a cura di Marta Lenci
QUANDO IL GIOIELLO DIVENTA LINGUAGGIO
AIRHESS non è un semplice marchio: è un respiro che prende forma. Incontro Giulia Cappelli nel suo studio romano, un piccolo spazio di luce e silenzio, dove il metallo incontra il pensiero e l’arte diventa gesto quotidiano. Tra prototipi, schizzi e strumenti di lavoro, ogni oggetto racconta una storia di tempo, attenzione e anima. Con lei parlo di marketing, comunicazione e creatività, ma soprattutto di vita e significato.
Marta Lenci: Giulia, come nasce AIRHESS e cosa rappresenta per te?
Giulia Cappelli: È nato da un’esigenza personale, quella di dare forma al silenzio. Airhess significa “respiro”, e per me rappresenta l’essenza delle cose invisibili ma fondamentali.
ML: Hai scelto di distribuire solo online e tramite pop-up. Una scelta controcorrente.
GC: Sì, perché voglio conoscere chi sceglie i miei gioielli. Ogni acquisto diventa un incontro, non una semplice transazione.
ML: I tuoi gioielli hanno un’aura quasi spirituale.
GC: Mi piace pensare che portino con sé una parte della mia esperienza. Sono oggetti che raccontano emozioni, momenti, ricordi.
ML: Il cerchio ricorre spesso nelle tue creazioni.
GC: È il mio simbolo preferito. Racconta la cicli-
cità, la continuità, il ritorno. È l’idea che tutto si trasforma, ma nulla si perde.
ML: La tua estetica è minimale ma molto intensa.
GC: Amo la semplicità. Credo che la vera forza stia nella sottrazione, anche nel modo di comunicare.
ML: Come costruisci la tua comunicazione digitale?
GC: Racconto il processo. Mostro il dietro le quinte, la materia grezza, gli errori. La verità crea empatia.
ML: Pubblichi poco sui social, ma ogni post sembra un frammento poetico.
GC: È una scelta. Non voglio riempire spazi, voglio creare pause. Ogni immagine deve respirare da sola.
ML: Come definiresti il tuo approccio al marketing?
GC: Intimo. Non vendo, condivido. Voglio che chi indossa AIRHESS si senta parte di qualcosa di autentico.
ML: Roma è parte integrante del tuo progetto?
GC: Assolutamente sì. Roma ha un ritmo lento e profondo, e questo si riflette nel mio modo di creare. È una città che invita all’ascolto.
ML: Come immagini il futuro di AIRHESS?
GC: Lento, consapevole, ma in espansione. Voglio crescere senza snaturarmi. Mantenere il mio ritmo, il mio respiro.

UNFRMD tra arte, moda e comunicazione
ANALISI DEL BRAND: L’ARTE COME LINGUAGGIO QUOTIDIANO
UNFRMD nasce con l’obiettivo di avvicinare le nuove generazioni al mondo dell’arte, proponendo una prospettiva alternativa rispetto alla visione tradizionale. Attraverso le proprie creazioni e il proprio linguaggio visivo, il brand mira a mostrare l’arte come la percepiscono i fondatori: viva, accessibile, quotidiana e in continua trasformazione. In questa visione, la moda diventa un ponte tra sensibilità artistica e cultura giovanile contemporanea, uno strumento capace di tradurre l’arte in esperienza tangibile e condivisibile.

IDENTITÀ DEL BRAND
UNFRMD si configura come un marchio che non segue le tendenze, ma le genera. La sua origine nasce dall’incontro tra due fondatori accomunati da una profonda passione per l’arte e dal desiderio di renderla accessibile, condivisibile e parte integrante della quotidianità. Per UNFRMD, la moda non rappresenta un mero esercizio estetico, bensì un mezzo di espressione culturale: un linguaggio capace di veicolare l’arte oltre i confini museali, trasformandola in esperienza collettiva.
LA LIBERTÀ COME LINGUAGGIO DI MARCA
Il nome stesso, UNFRMD – acronimo di Unframed (“senza cornice”) – sintetizza questa filosofia: un’arte libera da vincoli, che si fonde con la moda per dare vita a un movimento culturale fluido e in costante evoluzione. In questa prospettiva, UNFRMD si posiziona non soltanto come un brand di abbigliamento, ma come un progetto culturale che utilizza il prodotto moda come strumento di narrazione, partecipazione e sensibilizzazione artistica, con l’intento di formare un nuovo sguardo collettivo sull’arte.
ESTETICA E LINGUAGGIO VISIVO
L’identità estetica di UNFRMD si costruisce attorno a un simbolo distintivo: la cornice imperfetta. Questo elemento visivo rappresenta la libertà espressiva e l’autenticità del brand. Il tratto grezzo e volutamente irregolare diventa metafora di una bellezza non convenzionale, lontana dai canoni tradizionali dell’industria fashion. Ogni collezione nasce dal dialogo con un artista emergente, dando vita a un processo creativo condiviso che traduce concetti e identità visive in capi d’abbigliamento intesi come opere da vivere.
INDOSSARE L’ARTE
Il motto “Indossare l’arte” sintetizza la missione del marchio: trasformare l’abbigliamento in una forma di fruizione artistica quotidiana. La ricerca visiva di UNFRMD si distingue per un equilibrio tra contemporaneità e sperimentazione: l’estetica è al contempo minimalista e concettuale, coerente con la volontà di rendere la moda un’estensione naturale dell’espressione artistica.
COMUNICAZIONE E MARKETING
La comunicazione di UNFRMD non si limita alla promozione del prodotto, ma si fonda sulla costruzione di una narrazione esperienziale: ogni collezione diventa un racconto condiviso, ogni collaborazione artistica una voce che trova spazio e visibilità attraverso il brand. Questa impostazione contribuisce a definire UNFRMD come un brand-cultura, capace di generare una community basata su valori comuni di libertà espressiva, contaminazione tra discipline e valorizzazione dell’arte emergente. Nel contesto contemporaneo, caratterizzato dall’interconnessione tra moda, digitale e social media, UNFRMD adotta un approccio comunicativo consapevole e strategico. Il brand riconosce la rilevanza dei nuovi linguaggi digitali – in particolare piattaforme come TikTok – e li utilizza per instaurare un dialogo diretto con una generazione che ricerca autenticità e appartenenza.

INTERVISTA a cura di Clara Viani
DECOSTRUIRE PER APPARTENERE IL LINGUAGGIO URBANO DI UNFRMD
Li incontro in un ex laboratorio industriale nel cuore di Ostiense. Tra rovine urbane e fili di tessuto, Daniele De Cenzo e Lorenzo Altieri parlano della moda come fosse una lingua da reinventare ogni giorno.
UNFRMD, IL BRAND ROMANO CHE TRASFORMA LA MODA IN MOVIMENTO CULTURALE
Roma, città eterna, culla di contrasti e bellezza, è anche il luogo dove ha preso vita UNFRMD, un brand emergente che sta riscrivendo le regole della moda contemporanea. Nato dall’incontro di due giovani creativi uniti da una profonda passione per l’arte, UNFRMD si definisce non solo come marchio di abbigliamento, ma come un vero e proprio movimento culturale: un luogo dove la moda diventa linguaggio e mezzo d’espressione. Nel loro universo, ogni capo è una tela, ogni collezione un manifesto. E dietro quella cornice volutamente imperfetta – simbolo del brand – si nasconde un messaggio potente: l’arte non deve restare confinata. Va vissuta, condivisa, indossata.
CV: Com’è nato UNFRMD e cosa vi ha spinto a trasformare la vostra passione per l’arte in un brand di moda?
R: UNFRMD nasce da una necessità, più che da un’idea. Entrambi abbiamo sempre vissuto l’arte in modo viscerale e ci siamo resi conto che volevamo condividerla, ma a modo nostro. La moda ci è sembrata il mezzo perfetto per farlo: qualcosa di tangibile, che potesse unire estetica, identità e cultura. Così abbiamo deciso di dare vita a un progetto che non fosse solo moda, ma linguaggio.
CV: Il nome UNFRMD racchiude un significato profondo. Perché “senza cornice”?
R: “Unframed” rappresenta la libertà di espressione, l’arte che non conosce confini. La cornice, nel nostro logo, è volutamente imperfetta: simbolo della nostra filosofia, della bellezza che nasce dalle sfumature e dalle irregolarità. Ogni collezione è una nuova opera, e ogni artista con cui collaboriamo contribuisce a ridefinire ciò che accade dentro quella cornice.
CV: Vi definite un movimento culturale più che un semplice brand. Cosa intendete con questa definizione?
R: Per noi la moda è un canale di comunicazione, non un fine. UNFRMD nasce per dare voce agli artisti emergenti, per creare uno spazio dove la creatività sia protagonista. Ogni drop è una collaborazione: studiamo la storia, i colori e la visione dell’artista per tradurli in capi da indossare. È un dialogo continuo tra arte e moda, e questo è ciò che ci rende un movimento più che un marchio. Uno dei nostri obiettivi è avvicinare i giovani all’arte, proponendo loro la nostra visione: far vedere l’arte con i nostri occhi, come qualcosa di vivo, accessibile e quotidiano. Vogliamo che i ragazzi imparino a riconoscere l’arte anche fuori dai musei, nelle strade, nei vestiti, nel modo stesso di esprimersi. È da qui che nasce la nostra idea di “indossare l’arte”.
CV: Quanto è importante Roma nel vostro percorso creativo?
R: Roma è la nostra radice. È una città che respira arte, ma anche contrasti: antico e contemporaneo convivono naturalmente. È fonte d’ispirazione, ma anche una sfida, perché non è ancora vista come capitale della moda sperimentale. Proprio per questo volevamo creare qualcosa di nuovo qui: un brand che nascesse da Roma, ma parlasse al mondo.
CV: In un panorama dominato dai social, come riuscite a mantenere la vostra autenticità?
R: I social sono fondamentali, ma non vogliamo adattarci alle loro regole. TikTok e Instagram ci permettono di comunicare con una community, ma li usiamo per raccontare storie, non solo per mostrare immagini. Ogni contenuto nasce con la stessa cura che mettiamo nei nostri capi: autenticità prima di tutto.
CV: “Indossare l’arte” è il vostro motto. Cosa significa per voi, nel concreto?
R: Significa vivere l’arte ogni giorno. Quando una persona indossa un capo UNFRMD, indossa anche la visione di un artista, la sua storia, il suo messaggio. È un modo per diffondere cultura e creare connessioni vere tra chi crea e chi indossa.
CV: Com’è il vostro processo creativo quando collaborate con un artista?
R: È un percorso di immersione. Studiamo la sua poetica, la sua storia, i colori che lo rappresentano. Poi traduciamo tutto in una collezione: materiali, volumi, texture. Ogni drop è come una piccola mostra, ma in movimento. L’arte si indossa, ma non perde la sua essenza.
CV: Vi definite un brand “di nicchia”. È una scelta o una conseguenza?
R: È una scelta consapevole. Parliamo a chi vive l’arte come parte di sé. Non vogliamo piacere a tutti, ma connetterci con chi comprende il nostro linguaggio. L’autenticità è la nostra metrica di successo.
CV: Quali sono le sfide più grandi per un brand emergente oggi in Italia?
R: Farsi ascoltare. L’Italia vive di moda, ma spesso guarda più al passato che al futuro. Per un brand emergente è difficile ritagliarsi spazio, ma crediamo che la coerenza paghi. Ogni feedback, ogni collaborazione, ogni drop è un passo avanti. UNFRMD è la dimostrazione che la moda, quando incontra l’arte, può diventare rivoluzione. Una rivoluzione silenziosa, fatta di libertà, espressione e autenticità. “La moda non è una gabbia di tendenze, ma una voce collettiva.”

SEZIONE OLTRE IL BRAND
VOCI CHE COSTRUISCONO
Dopo aver analizzato i brand emergenti romani, Dual Design, AIRHESS e UNFRMD, GENOVAE si concentra non solo sul prodotto, ma anche su chi ne costruisce la voce visiva e concettuale. Per comprendere il linguaggio contemporaneo della moda è fondamentale analizzare le figure creative che definiscono l’immaginario della nuova generazione italiana.
“La cultura visiva è ciò che trasforma l’oggetto in segno e il segno in mito.” - Jean Baudrillard, Il sistema degli oggetti (1968)
ROMA COME LABORATORIO DI NUOVE IDENTITÀ
Roma è una fucina di autori che combinano arte, moda, design e fotografia. La stratificazione storica della città diventa fonte di ispirazione per nuove narrazioni estetiche.

IN QUESTA SEZIONE PRESENTIAMO:
I FOTOGRAFI
Andrea Principia Il design di Andrea Principia nasce da una convinzione maturata nel tempo: prima di diventare professione, la moda deve essere linguaggio.
Samuele Ripani Approccio intimo e analogico Cattura momenti sospesi e carichi di umanità. Traduce l’emozione in esperienza sensoriale
MAKE-UP ARTIST
Lorenzo Ortolani Geometrico e contemporaneo Trasforma la città in un codice estetico. Immagini precise e ritmate, in linea con la modernità urbana
Jennifer Spatuzzi: Jennifer Spatuzzi è una makeup artist emergente il cui lavoro si colloca all’intersezione tra arte visiva, moda e sperimentazione estetica.
I DESIGNER
Anna Fabbrini
Anna Fabbrini, make-up artist di Roma, intraprende il suo percorso in modo spontaneo, guidata da una passione autentica.
Ludovica Cataldo
Lavora sui confini tra arte e funzione. Ogni progetto propone un’esperienza sensoriale in cui l’oggetto diventa spazio di emozione
STYLIST
Ada Romeo
Esplora il rapporto tra corpo e forma. Il lavoro riflette su dimensioni politiche e sociali del design contemporaneo
Sofia Agnese
Sofia Agnese è una fashion stylist e figura creativa attiva nel panorama contemporaneo della moda.
Samantha Salata
Samantha Salata è una stylist il cui lavoro si basa su una forte attenzione alla narrazione visiva.
Alessio Cicogna
Integra sperimentazione e rigore formale nella moda romana. Progetti basati su ricerca visiva e materiale. Contribuisce allo sviluppo di un linguaggio personale e riconoscibile
Alessia Marchetti
Alessia Marchetti è una stylist emergente che utilizza l’immagine come principale mezzo di espressione.
Elisabetta Carchedi
Elisabetta Carchedi è una stylist che concepisce lo styling come un processo narrativo in continua evoluzione.
Questi designer mostrano come la scena romana non si limiti alla produzione, ma costruisca esperienze tangibili e riflessioni culturali.
ANALISI COMPARATIVA DEI BRAND A cura di Rafael Lior
DUAL DESIGN
Equilibrio tra artigianalità e contemporaneità con un posizionamento chiaro e di nicchia
AIRHESS
Esperienza emotiva e simbolica del prodotto con un approccio intimo e riflessivo
UNFRMD
Linguaggio urbano e inclusivo con focus su comunità e cultura condivisa
OSSERVAZIONE GENERALE
La diversità metodologica e stilistica conferma che la scena romana è laboratorio culturale, dove prodotto, esperienza e identità coesistono. Roma emerge come un terreno fertile per nuove forme di comunicazione e marketing della moda, in cui artigianato, arte e cultura si contaminano. L’inserimento di figure come Alessio Cicogna permette di comprendere non solo il prodotto finale, ma anche processi creativi e metodologie alla base dei brand contemporanei, evidenziando un approccio tecnico, strutturato e riconoscibile.
LORENZO ORTOLANI
Biografia artistica e formazione
Per Lorenzo Ortolani la fotografia non è un percorso casuale, ma una forma di rinascita personale. La pratica fotografica nasce nel 2017 in un periodo complesso della sua vita: la macchina fotografica diventa uno strumento per rimettersi in moto e ricostruire un’identità creativa. Nel 2018 si iscrive al suo primo corso, avviando una ricerca durata tre anni, durante i quali esplora linguaggi diversi fino a incontrare la fotografia di moda. Questo incontro segna un punto di svolta, poiché la moda fornisce un sistema di significati e una struttura estetica coerente con il suo percorso.
“Inquietudine come forma di bellezza”
Ortolani descrive la fotografia come un mezzo per dare forma all’emozione e per gestire la sua intensità. Il suo approccio artistico si fonda su un’osservazione costante e sulla capacità di trasformare dettagli, incontri e luoghi in stimoli creativi. In questa prospettiva, la fotografia è un dispositivo per continuare a cercare e a creare.
PERCORSO ARTISTICO
Il fotografo che si è reinventato attraverso la luce
Fotografo di moda e storyteller visivo, Lorenzo Ortolani sviluppa un’estetica basata sul contrasto tra disciplina e caos. Attraverso progetti come Let Yourself Go Rock e Soft Punk Doll, esplora la vulnerabilità come forma di forza. Il suo lavoro si colloca tra introspezione e ribellione, con un linguaggio visivo che unisce la dimensione fashion alla psicologia dell’immagine.
Dalla ricerca personale all’immaginario fashion
Il percorso di Ortolani si sviluppa come transizione da una pratica fotografica personale verso un immaginario estetico riconoscibile nel campo della moda editoriale. La sua estetica si basa su un dualismo: rigore formale e libertà espressiva, fragilità e ribellione. Tale contrasto diventa il principio organizzativo della sua produzione visiva.

SOFT PUNK DOLL
PROCESSO CREATIVO E STRUTTURA DEL PROGETTO
Soft Punk Doll nasce dal desiderio di tradurre la tensione in estetica, attraverso uno styling volutamente fragile e infantile. Le modelle assumono pose scomode e un atteggiamento di distacco, in modo da enfatizzare il contrasto tra leggerezza e inquietudine. Ortolani definisce il proprio processo creativo come un sistema di raccolta e organizzazione di immagini. Lavorando tra scrittura, disegno e reference visive, crea mappe concettuali per dare forma al caos interiore. Questo metodo non solo calma la tensione emotiva, ma rende anche tangibile la visione estetica. Il rigore, in questo contesto, assume la funzione di struttura: una disciplina che permette di contenere e gestire l’ansia, trasformando l’instabilità emotiva in un linguaggio visivo coerente.
CONCLUSIONE
In sintesi, la produzione di Lorenzo Ortolani si configura come un percorso di introspezione visiva, in cui la fotografia diventa un atto di rinascita. La sua estetica si fonda sulla tensione tra ordine e caos, con la vulnerabilità che si trasforma in forza attraverso una disciplina formale precisa.

INTERVISTA a cura di Léon Bravé
La tua fotografia nasce da un forte contrasto tra disciplina e caos. Come convivono questi due elementi nel tuo lavoro?
Sono due forze che non cerco di separare. Il caos è l’origine, l’emozione grezza, mentre la disciplina è ciò che mi permette di contenerlo. Senza struttura l’intensità si disperderebbe; senza caos, invece, tutto sarebbe vuoto. La mia fotografia vive proprio in questa tensione.
Hai definito l’inquietudine come una forma di bellezza. Cosa rappresenta per te?
L’inquietudine è una condizione che conosco bene e che non voglio nascondere. Fotografare significa darle una forma, renderla visibile e quindi gestibile. In quel momento l’emozione smette di essere solo peso e diventa linguaggio, possibilità creativa.
La fotografia arriva in un momento delicato della tua vita. Quanto è stata una rinascita personale?
Molto. Nel 2017 la macchina fotografica è stata uno strumento per rimettermi in moto. Non è stato un percorso casuale, ma una necessità. Fotografare mi ha permesso di ricostruire un’identità creativa e di ritrovare una direzione.
Quando incontri la fotografia di moda, cosa cambia nel tuo percorso?
La moda mi ha dato una struttura. Dopo anni di ricerca, ho trovato in quel linguaggio un sistema di significati capace di accogliere la mia visione. È stato un punto di svolta: l’introspezione personale ha trovato una forma estetica riconoscibile.
Il tuo immaginario si fonda su un forte dualismo: fragilità e ribellione, rigore e libertà. Perché questo contrasto è così centrale?
Perché è reale. Mi interessa raccontare la vulnerabilità non come debolezza, ma come forza. Il rigore formale serve a sostenere la libertà espressiva, a rendere credibile e leggibile quella fragilità che altrimenti resterebbe informe.
“Let Yourself Go Rock” è spesso definito la tua prima scintilla. Cosa ha rappresentato?
È stato il primo progetto in cui ho riconosciuto una mia cifra visiva. Un lavoro istintivo, ma consapevole, che mi ha permesso di entrare davvero nel mondo editoriale. Da lì sono nate collaborazioni importanti e la conferma della moda come linguaggio di identità.
In “Soft Punk Doll” il rigore diventa quasi una necessità emotiva. Puoi raccontarci il tuo processo creativo?
Lavoro raccogliendo immagini, scrivendo, disegnando, creando mappe concettuali. È un modo per dare ordine al caos interiore. In Soft Punk Doll lo styling fragile, le pose scomode, il distacco delle modelle servono a tradurre la tensione in estetica. La disciplina, in questo caso, è ciò che mi permette di trasformare l’ansia in un linguaggio visivo coerente.

LA SCENA FOTOGRAFICA ROMANA DUE SGUARDI, UNA LUCE
Nel cuore della nuova scena fotografica romana, due nomi si impongono come voci autentiche di una generazione che sta ridefinendo il linguaggio della moda: Samuele Ripani e Lorenzo Ortolani. Entrambi nati e formati a Roma, rappresentano due traiettorie diverse ma complementari, due modi di leggere la realtà attraverso la lente della fotografia. La loro presenza all’interno di questa ricerca non è casuale, ma il risultato di un lungo processo di analisi, selezione e osservazione volto a individuare figure capaci di raccontare, attraverso la propria estetica, la trasformazione comunicativa della moda contemporanea.
L’OBIETTIVO
L’obiettivo non era soltanto individuare i professionisti più rilevanti per numero di collaborazioni o visibilità editoriale, ma riconoscere chi, attraverso la propria visione, stesse realmente contribuendo a ridefinire il linguaggio visivo della moda. In questa prospettiva, sia Ripani che Ortolani si sono distinti per la loro capacità di coniugare sensibilità artistica e consapevolezza comunicativa, traducendo emozioni, tensioni e riflessioni in immagini dal forte impatto simbolico. Durante la fase preliminare della selezione, l’indagine si è concentrata su un ampio gruppo di fotografi emergenti e affermati appartenenti alla scena romana.
DUE SGUARDI
UN’UNICA LUCE. DUE VISIONI, UNA STESSA CITTÀ
Samuele Ripani
Con la sua fotografia ordinata, narrativa e cinematografica, costruisce universi visivi dove la luce diventa regia e il silenzio racconto. Il suo approccio si fonda sull’idea di armonia come forma di comunicazione, di bellezza come equilibrio. Ogni pro-getto appare come un piccolo film in cui estetica e psicologia si fondono.
Lorenzo Ortolani
Al contrario, porta nella fotografia il suo istinto inquieto e la sua energia caotica. Le sue immagini nascono dal contrasto, dall’urgenza di trasformare l’emozione in linguaggio visivo. La sua poetica è fatta di fragilità, ribellione e introspezione, ele- menti che lo rendono una delle voci più autentiche della nuova estetica underground romana.
Due sguardi opposti, eppure uniti da un’identica esigenza: trasformare la moda in linguaggio umano, superando la superficie dell’abito per arrivare all’essenza dell’identità.
Una più legata alla narrazione editoriale, l’altra al linguaggio emozionale e sperimentale. Entrambe rispondono, però, alla stessa logica contemporanea: quella di un pubblico che non cerca più solo la bellezza, ma un messaggio da sentire, riconoscere e condividere.
NON SMETTETE MAI DI OSSERVARE. RESTATE CURIOSI, APERTI, AFFAMATI DI BELLEZZA.
MOTIVAZIONI DELLA SCELTA
La scelta di analizzare proprio questi due autori nasce da un duplice intento: da un lato esplorare la complessità del panorama visivo romano, dall’altro comprendere come la moda possa diventare un veicolo di comunicazione emozionale e culturale. Entrambi, pur muovendosi all’interno dello stesso territorio, rappresentano due poli comunicativi complementari:
Ripani lavora per sottrazione, costruendo un racconto fatto di ordine e delicatezza.
Ortolani lavora per accumulo, trasformando il caos interiore in estetica visiva.
Metterli a confronto ha significato osservare due diverse strategie di marketing dell’immagine, due modi di costruire un’immagine di marca attraverso la fotografia.

ROMA COME LABORATORIO DI CREATIVITÀ
Analizzare Ripani e Ortolani ha permesso di comprendere come Roma, al di là dei suoi stereotipi classici e monumentali, sia oggi un laboratorio fertile di nuove visioni, dove la moda incontra l’arte, la musica, la performance e il linguaggio urbano.I due autori incarnano perfettamente questo equilibrio: la città eterna diventa per entrambi una matrice estetica e mentale, un luogo che influenza la loro luce, i loro ritmi e la loro capacità di osservare. Roma è, per Ripani, una cornice ordi-nata e poetica; per Ortolani, una mappa inquieta e pulsante. In entrambi i casi, però, la città non è sfondo: è presenza narrativa.
UNA RICERCA DI COMUNICAZIONE E SENSO
Nel contesto della presente tesi, l’analisi di Samuele Ripani e Lorenzo Ortolani si inserisce come caso di studio centrale per comprendere come la fotografia di moda contemporanea stia evolvendo verso una comunicazione più personale, identitaria e valoriale. Attraverso la loro esperienza, è stato possibile indagare le nuove strategie di storytelling visivo, la gestione dell’immagine come strumento di marketing emozionale e la capacità di costruire un linguaggio coerente con i valori del brande dell’individuo.La loro presenza in questo capitolo non risponde dunque a un criterio anagrafico o territoriale, ma alla volontà di rappresentare due direzioni complementari di una stessa rivoluzione visiva: quella di una generazione che usa la fotografia per raccontare la moda come emozione, e la comunicazione come identità.
LA FOTOGRAFIA NON MI HA SALVATO MI HA SOLO RICORDATO CHE POTEVO ANCORA CREARE
IL LINGUAGGIO DELLA LUCE
È EQUILIBRIO TRA INTUIZIONE E REGIA.
LESS IS MORE
Per Ripani, la fotografia di moda è equilibrio tra intuizione e regia.
«Senza una narrazione chiara, anche la tecnica più impeccabile perde significato. L’ispirazione nasce ovunque: in un film, in un viaggio, in una canzone, in una mostra. È un pro-cesso di contaminazione continua. Senza idee, la fotografia diventa pura superficie.»
La semplicità come forma di purezza visiva, la sottrazione come gesto estetico. In un’epoca di eccessi visivi, la fotografia di Ripani si distingue per il silenzio: un’essenzialità che amplifica l’emozione e restituisce verità allo sguardo.
Il potere della fiducia
«Quando il concept è solido, non servono troppe parole: ciascun membro del team dà il meglio di sé.»
La collaborazione è il cuore pulsante del suo processo creativo. «All’inizio non era facile affidarmi agli altri. Ma ho im-parato quanto sia fondamentale circondarsi delle persone giuste, comunicare in modo chiaro e, soprattutto, fidarsi. È in quel momento che nasce la magia: quando il controllo lascia spazio alla connessione.»
Per ripani, la moda è una forma d’arte espansa, che travalica l’abito per diventare percezione
«È un linguaggio che attraversa ogni cosa, un modo di vedere il mondo e di restituirlo in forma estetica. È bellezza, ma anche
riflessione.»
La moda come linguaggio del mondo
«La moda è in tutto: negli abiti, negli accessori, in uno sguardo, nella luce, in un muro di sfondo.» «Tutto parte dal team. Ogni persona sul set parla una lingua diversa, ma tutti condividono un unico obiettivo: raccontare una storia.»
ANIME ATRAE
«Sicuramente Animae Atrae (Milano, 2025) è il progetto che più mi rappresenta.»
Realizzato per il brand Alchètipo, l’editoriale Animae Atrae racchiude l’intera poetica visiva di Samuele Ripani: la luce che si piega ai colori, le pose sospese, un mood malinconico che si trasforma in eleganza pura. In questo lavoro, la fotografia non è semplice immagine, ma un dispositivo emotivo capace di rendere visibile l’invisibile.
La regia silenziosa delle emozioni
«La fotografia di moda è la regia silenziosa delle emozioni: un modo di dare voce alla bellezza, senza mai interrompere la sua musica.» «Vederlo prendere forma e arrivare alla pubblicazione è stata una grande soddisfazione personale e professionale. È lì che ho capito che ogni immagine, se raccontata con sincerità, può toccare qualcosa di universale.»
Samuele Ripani non fotografa per mostrare ma per raccontare.
Ogni suo scatto è una scena sospesa, un frammento che vive tra eleganza e introspezione. Nel suo sguardo, la moda diventa racconto e la luce si fa linguaggio. In quel silenzio che precede lo scatto, la fotografia diventa un’emozione che resta.

INTERVISTA a cura di Léon Bravé
La tua fotografia viene spesso descritta come un equilibrio tra intuizione e regia. Cosa significa per te questo bilanciamento?
Per me la fotografia di moda vive proprio lì, in quell’equilibrio sottile. Senza una narrazione chiara, anche la tecnica più impeccabile perde significato. L’intuizione accende l’idea, la regia le dà una direzione. È un dialogo continuo tra istinto e controllo.
Che ruolo ha la fiducia nel lavoro di squadra sul set?
È fondamentale. Quando il concept è solido, non servono troppe parole: ogni membro del team sa cosa fare e dà il meglio di sé. All’inizio faticavo a delegare, poi ho capito che la magia nasce quando il controllo lascia spazio alla connessione e alla fiducia reciproca.
Da dove nasce l’ispirazione per i tuoi progetti?
Ovunque. Può arrivare da un film, da un viaggio, da una canzone o da una mostra. È un processo di contaminazione continua. Le idee si nutrono di ciò che vivi e osservi: senza di esse, la fotografia rischia di diventare solo superficie.
Come definiresti il rapporto tra fotografia e moda?
La moda è ovunque. Non solo negli abiti o negli accessori, ma in uno sguardo, nella luce, persino in un muro di sfondo. È un linguaggio che attraversa ogni cosa. Ogni persona sul set parla una lingua diversa, ma tutti lavorano per raccontare un’unica storia.
La tua estetica è spesso associata al concetto di “less is more”. Quanto conta la sottrazione nel tuo lavoro?
Moltissimo. La semplicità per me è una forma di purezza visiva. In un’epoca di eccessi, sento il bisogno di togliere, di creare silenzio. È proprio nell’essenzialità che l’emozione si amplifica e lo sguardo ritrova una sua verità.
“Animae Atrae” è un progetto centrale nel tuo percorso. Perché lo senti così rappresentativo?
È sicuramente il progetto che più mi rappresenta. In Animae Atrae ho raccolto tutta la mia poetica visiva: la luce che si piega ai colori, le pose sospese, quel mood malinconico che diventa eleganza. Qui la fotografia non è solo immagine, ma un vero dispositivo emotivo.
Cosa cerchi, in definitiva, attraverso la fotografia di moda?
La fotografia di moda è per me una regia silenziosa delle emozioni. Un modo di dare voce alla bellezza senza interrompere la sua musica. Quando un’immagine è sincera, può toccare qualcosa di universale. Io non fotografo per mostrare, ma per raccontare e per lasciare qualcosa che resti.

Jennifer Spatuzzi
Jennifer Spatuzzi è una makeup artist emergente il cui lavoro si colloca all’intersezione tra arte
visiva, moda e sperimentazione estetica. Fin dall’infanzia sviluppa una forte attitudine creativa, alimentata dal riuso dei materiali e da un’osservazione attenta del volto come superficie espressiva.
UNO STILE UNICO
Il suo stile si distingue per una contaminazione consapevole di linguaggi visivi diversi, uniti da una ricerca costante di equilibrio e identità personale. La luce, i riflessi e il colore sono elementi centrali del suo lavoro, che utilizza per costruire makeup capaci di dialogare con il concept e con l’individualità del soggetto.
IL PROCESSO PROGETTUALE
Attraverso un processo progettuale strutturato che include ricerca, face chart e test pratici Jennifer affronta ogni lavoro come parte di un percorso in continua evoluzione. Il suo obiettivo è approdare al mondo cinematografico e degli effetti speciali, ambito in cui intende portare una visione estetica forte, tecnica e narrativa.
INTERVISTA a cura di Aria Voss
Quando nasce il tuo interesse per l’arte e il makeup?
Fin dall’infanzia ho sempre sentito un forte impulso verso la creazione artistica. Realizzavo piccoli oggetti, disegni e dipinti, spesso riutilizzando materiali di uso quotidiano destinati allo scarto come rotoli di carta assorbente o coperchi di creme trasformandoli in strumenti creativi o stampini. Un ruolo fondamentale lo ha avuto l’osservazione di mia madre mentre si truccava: Il suo volto diventava una vera e propria tela, un’immagine che mi affascinava profondamente. I trucchi per bambini e i rossetti di mia madre hanno rappresentato il mio primo approccio al makeup, che si è poi evoluto in modo più consapevole e strutturato intorno ai 14 anni, quando ho iniziato a truccarmi utilizzando prodotti professionali.
Come descriveresti il tuo stile artistico? Il mio stile è una sintesi di molteplici influenze.
È un mix eterogeneo di estetiche diverse, apparentemente distanti, che cerco di armonizzare tra loro. Mi piace selezionare piccoli elementi da stili differenti e trovare un equilibrio che li faccia convivere in modo coerente, creando un linguaggio visivo personale e riconoscibile.
Qual è il tuo processo creativo nella realizzazione di un makeup look?
Il primo passo è comprendere a fondo il look richiesto:
Analizzo le reference fornite, se presenti, e svolgo una ricerca visiva per ampliare l’ispirazione. Successivamente immagino il risultato finale e, nella maggior parte dei casi, realizzo una face chart, che mi permette di avere una prima rappresentazione grafica del makeup. Quando il look è particolarmente complesso o strutturato, eseguo una prova su me stessa per acquisire maggiore manualità e sicurezza tecnica, così da poter poi adattare il risultato finale ai modelli durante il lavoro sul set.
Quali sono i prodotti o le texture che prediligi maggiormente?
Utilizzo frequentemente prodotti perlati e iridescenti, perché mi permettono di lavorare con la luce e con i riflessi, elementi che considero fondamentali nel makeup artistico. Amo anche l’uso di colori intensi e accesi, capaci di catturare l’attenzione e di enfatizzare aree specifiche del volto, creando punti focali ben definiti.
Come scegli i prodotti in relazione al soggetto e al concept?
La selezione dei prodotti avviene sempre tenendo conto delle caratteristiche individuali del modello come incarnato, sottotoni e morfologia del viso con l’obiettivo di valorizzarne i tratti. Allo stesso tempo, è fondamentale che colori, texture e finish siano coerenti con il concept creativo e narrativo del progetto.
C’è un progetto che consideri particolarmente significativo nel tuo percorso?
Al momento non identifico un singolo progetto come più importante degli altri.
Ho imparato che ogni lavoro, anche il più piccolo, rappresenta un tassello fondamentale nella costruzione della mia carriera. Ogni esperienza contribuisce alla mia crescita artistica e professionale.
Quali sono i tuoi obiettivi futuri?
Il mio obiettivo principale è lavorare nel settore cinematografico, con un focus sugli effetti speciali.
Per questo motivo sto investendo nello studio e nel maggior numero possibile di esperienze pratiche, con l’intento di entrare nel mondo del cinema nei prossimi due o tre anni e muovere i primi passi in questo ambito.

Samantha Salata
Samantha Salata è una stylist il cui lavoro si basa su una forte attenzione alla narrazione visiva. Dopo un inizio istintivo, il suo percorso si è evoluto verso una pratica più consapevole, in cui lo styling diventa parte integrante della costruzione del racconto.
Ispirata dall’estetica degli anni ’90 e da figure come Corinne Day ed Elaine Constantine, sviluppa immagini che rifiutano il glamour patinato in favore di una spontaneità autentica e credibile. Il suo approccio privilegia la coerenza tra storia, immagine identità visiva, evitando l’estetica fine a sé stessa. attualmente orientata verso una ricerca sempre più fashion, Samantha continua a esplorare nuove direzioni visive mantenendo una forte coerenza autoriale.

INTERVISTA a cura di Mina Elora
Quando hai iniziato a lavorare come stylist, quale visione volevi costruire e come si è trasformata nel tempo?
Ho iniziato in modo quasi inconsapevole, senza una visione definita. All’inizio mi lasciavo guidare dal mood richiesto, adattandomi alle esigenze del progetto. Con il tempo, però, questo approccio è cambiato: oggi sento l’esigenza di essere coin-volta fin dalle prime fasi creative, partecipando attivamente alla costruzione della storia. Lo styling, per me, è diventato uno strumento narrativo e non più solo esecutivo.
Come definiresti oggi il tuo stile e quali riferimenti lo influenzano maggiormente?
Non sento di poter definire il mio stile con un solo aggettivo. Gli anni ’90 rappresentano però un riferimento centrale: un periodo di rottura rispetto al glamour patinato degli anni ’80, caratterizzato da un’estetica più cruda, spontanea e reale.
Roma è una città visivamente potente: quali elementi del suo immaginario entrano nel tuo lavoro?
Roma è una città grande e complessa, e sento che la sua influenza si manifesta soprattutto a livello logistico e organizzativo. Dal punto di vista immaginario, non riconosco elementi precisi che entrano consapevolmente nel mio lavoro: se esistono, credo agiscano in maniera più inconscia. Trovo interessante quando sono gli altri a individuare eventuali rimandi o suggestioni nei miei progetti.
C’è stato uno styling o un progetto editoriale che consideri una svolta nella tua carriera?
I lavori di Corinne Day ed Elaine Constantine sono stati determinanti. Attraverso i loro progetti ho compreso l’importanza della spontaneità e dell’imperfezione come valori estetici. È grazie a loro che ho capito con maggiore chiarezza la direzione che volevo seguire.
Nel contesto editoriale, come gestisci il dialogo tra la tua identità creativa e la direzione artistica di un magazine?
Propongo i miei lavori ai magazine solo una volta che il progetto è completamente terminato. In questo modo posso selezionare, insieme al team, la testata più adatta in base al mood e al linguaggio visivo sviluppato, mantenendo coerente l’identità del lavoro.
Nel tuo processo creativo, quanto conta la narrazione rispetto all’estetica pura?
La narrazione è fondamentale. Credo sia importante partire sempre da una storia e, a partire da questa, sviluppare una ricerca visiva coerente. L’estetica fine a sé stessa rischia di generare uno storytelling poco credibile; l’immagine funziona davvero solo quando è sostenuta da un senso.
Qual è la direzione che senti più urgente esplorare nei prossimi anni?
Sono molto attratta da una direzione più fashion e sento il desiderio di continuare a esplorarla, approfondendone sia l’aspetto estetico che quello concettuale.
ANDREA PRINCIPIA
Il design di Andrea Principia nasce da una convinzione maturata nel tempo: prima di diventare professione, la moda deve es- sere linguaggio. Un linguaggio personale, costruito attraverso riferimenti culturali, passioni e vissuti, capace di restituire una visione autentica e riconoscibile.
L’estetica del brand prende forma da ciò che il designer definisce le sue “cose preferite”: suggestioni artistiche e culturali che da sempre esercitano su di lui un forte fascino. Le esperienze personali, invece, emergono in modo più sottile e simbolico sul piano tematico, trasformandosi in narrazioni metaforiche che attraversano le collezioni. Un esempio emblematico è il progetto Regina. The Uncomfortable Pleasure, che riflette sul rapporto ambivalente con le passioni: forze vitali che spingono a lottare per i propri sogni, ma che allo stesso tempo possono diventare motivo di frustrazione e conflitto. La collezione allude anche alla volontà di resistere a ciò che non funziona all’interno del sistema della moda, tentando di preservare la purezza del proprio lavoro.
AL CENTRO DELLA RICERCA
Al centro della ricerca di Andrea Principia vi è l’idea di una moda sostenibile, intesa sia come scelta consapevole dei materiali sia come modello produttivo. Dal punto di vista creativo, l’obiettivo è perseguire una bellezza elegante ma informale, capace di mettere a proprio agio chi indossa l’abito. Il risultato è uno stile personale e controtendenza, eccentrico ma mai fuori luogo, che rifugge le logiche effimere delle tendenze per affermare una visione coerente e duratura.
L’ULTIMA COLLEZIONE RAPPRESENTA UN MOMENTO CHIAVE DI QUESTA EVOLUZIONE:
Un progetto in divenire, articolato in più parti, che segna una maturazione estetica e concettuale. Gli elementi formali, a lungo pensati e desiderati, si uniscono a una riflessione tematica che racconta la condizione di un giovane designer alle prese con i paradossi del mondo della moda contemporanea.
LA LIBERTÀ CREATIVA RIMANE UN VALORE FONDANTE DEL BRAND
Andrea Principia lavora al di fuori delle tendenze, instaurando con i clienti un rapporto basato sul rispetto della propria visione. In questa fase, la scelta di privilegiare il ready-to-wear risponde a esigenze pratiche e produttive, ma si rivela anche una sfida stimolante: coniugare ricerca e quotidianità, mantenendo intatta l’identità del progetto.
GUARDANDO AL FUTURO
Guardando al futuro, Andrea Principia immagina il proprio brand come un progetto interdisciplinare, in cui moda, arte, teatro e musica convergano in un’unica esperienza, in particolare nell’ambito della sfilata. Una visione forte e consapevole, che rivendica l’importanza dell’autonomia creativa e della determinazione personale, senza rinunciare alla speranza – necessaria – di un pizzico di fortuna.

INTERVISTA a cura di Sofia Darel
Sofia Darel: Quando hai capito che volevi diventare designer? C’è stato un momento preciso che ha segnato questa scelta?
Andrea Principia: In realtà non c’è stato un momento specifico. Sono cresciuto con la convinzione di voler fare il designer, è sempre stata una presenza costante nella mia vita. Credo che prima di pensare alla moda come a una professione sia necessario sviluppare un proprio linguaggio, qualcosa che abbia senso e profondità. Solo in un secondo momento quel linguaggio può diventare lavoro.
S: Quali sono le principali influenze che guidano la tua ricerca estetica e concettuale?
A: Dal punto di vista estetico, ciò che mi influenza maggiormente sono le mie “cose preferite”: riferimenti culturali e artistici che mi hanno sempre affascinato e che continuano a nutrire il mio immaginario. Le esperienze personali, invece, emergono più chiaramente sul piano tematico. Nelle mie collezioni cerco spesso di alludere metaforicamente a momenti vissuti, trasformandoli in racconti visivi.
S: Il progetto Regina. The Uncomfortable Pleasure sembra particolarmente legato alla tua esperienza personale. Puoi raccontarcelo?
A: Regina è un progetto molto intimo. Parla delle passioni: di ciò che ci fa stare bene, che ci spinge a combattere per i nostri sogni, ma che allo stesso tempo può diventare un cruccio. Spesso realizzare i propri desideri è difficile, frustrante. In modo simbolico, la collezione allude anche alla volontà di combattere ciò che non ci piace all’interno del sistema in cui operiamo, cercando di mantenere puro il nostro lavoro nonostante le contraddizioni.
S: Qual è lo scopo principale del tuo progetto dal punto di vista etico e creativo?
A: Il mio obiettivo è creare una moda sostenibile, sia attraverso l’uso consapevole dei materiali sia attraverso l’idea produttiva che sta alla base del progetto. Creativamente, rincorro un’idea di bellezza elegante ma informale, che faccia sentire a proprio agio chi indossa i miei capi. Alla base di tutto c’è il desiderio di costruire uno stile personale, controtendenza, eccentrico ma mai fuori luogo.
S: In che modo la tua ultima collezione rappresenta questa visione?
A: La considero molto rappresentativa del mio percorso. Ribadisce chiaramente quell’idea di eleganza informale di cui parlo spesso e introduce elementi estetici che desideravo sperimentare da tempo. È una collezione in divenire, divisa in più parti, che racconta la mia evoluzione stilistica. A livello tematico, riflette la frustrazione di essere un giovane designer alle prese con i paradossi del sistema moda.
S: Quanto incidono le tendenze e il rapporto con i clienti nel tuo processo creativo?
A: Cerco sempre di sentirmi libero. Non mi lascio influenzare dalle tendenze e chi acquista da me sa cosa aspettarsi. Anche nelle commissioni, i clienti rispettano generalmente la mia visione. Per quanto riguarda la produzione, in questo periodo prediligo il ready-to-wear per una questione di tempo e risorse. Realizzare abiti molto elaborati da solo è complesso, mentre lavorare su pezzi più quotidiani mi permette di conciliare ricerca e uso comune. È una sfida che trovo stimolante.
S: Come gestisci oggi elementi come tempo, sperimentazione ed errore nel tuo lavoro?
A: Hanno un ruolo fondamentale. In passato avevo paura del tempo, soprattutto delle scadenze. Ora cerco di impormi obiettivi realistici, che riesco a rispettare senza esaurire il mio lavoro. Questo mi consente di lasciare spazio alla sperimentazione e all’errore, che oggi gestisco in modo più sereno.
S: Guardando al futuro, come immagini l’evoluzione del brand Andrea Principia?
A: Mi auguro di far crescere la mia attività. Ho grandi piani per il brand e sogno di sviluppare un progetto interdisciplinare che unisca arte, teatro, musica e moda, soprattutto nell’ambito della sfilata. Il mio contributo dovrà essere decisivo, perché credo sia fondamentale avere una visione solida per evitare che altri si approprino del tuo progetto. E poi, se non sei tu il primo ad aiutarti, difficilmente lo farà qualcun altro. Detto questo, spero anche in una piccola dose di fortuna.
Anna Fabbrini
Anna Fabbrini, make-up artist di Roma, intraprende il suo percorso in modo spontaneo, guidata da una passione autentica.
Il trucco è stato fin dall’inizio uno strumento di espressione personale e un mezzo per valorizzare l’unicità delle persone. Con il tempo, questa inclinazione naturale si è trasformata in una scelta consapevole: la volontà di rendere il make-up una professione, affrontandolo con serietà, studio e dedizione. Il suo stile si distingue per un’estetica pulita e moderna, pensata per esaltare la bellezza naturale senza alterarla. Ogni intervento mira a valorizzare il volto rispettandone le caratteristiche, evitando eccessi e costruendo un’immagine equilibrata e credibile.
CONCEPT
L’approccio al lavoro parte sempre dal concept e dall’atmosfera del progetto. Il make-up viene costruito in dialogo costante con lo styling e con la persona, cercando una coerenza visiva e narrativa che restituisca personalità e identità. Nulla è lasciato al caso: ogni scelta è funzionale al contesto e al messaggio che si vuole comunicare.
PROCESSO CREATIVO
Un’attenzione particolare è riservata alla base viso, considerata l’elemento fondamentale di qualsiasi look. Una pelle curata e luminosa rappresenta il punto di partenza imprescindibile per un risultato efficace.
Nei look occhi, la tecnica maggiormente utilizzata è la Pencil technique, che consente di definire lo sguardo mantenendo naturalezza e morbidezza. Il processo creativo si fonda sull’osservazione e sull’analisi attenta della persona e della sua pelle. Il trucco viene adattato al concept senza forzature, con l’obiettivo di ottenere un risultato armonioso, autentico e credibile, capace di valorizzare senza sovrapporsi all’identità individuale.
ESPERIENZE PROFESSIONALI
Tra le esperienze professionali più significative figurano diverse sfilate di rilievo, tra cui lo show al Parco Archeologico di Ostia Antica, eventi a Villa Borghese e a Palazzo Brancaccio. Ogni progetto ha rappresentato un’occasione di crescita, contribuendo allo sviluppo di competenze fondamentali come la gestione del tempo, il lavoro di squadra e la capacità di operare sotto pressione, senza mai perdere attenzione per i dettagli. Guardando al futuro, Anna Fabbrini si immagina più sicura, con maggiore esperienza e sempre più coinvolta in progetti creativi stimolanti, in particolare nell’ambito fashion ed editoriale, continuando a sviluppare un linguaggio estetico personale e coerente.
INTERVISTA a cura di Aria Voss
Come nasce il tuo percorso nel mondo del make-up?
È nato tutto in modo spontaneo, dalla passione. Truccare è sempre stato per me un mezzo di espressione e un modo per valorizzare le persone. Con il tempo ho sentito l’esigenza di rendere questa inclinazione qualcosa di più strutturato, trasformandola in una professione e affrontandola con serietà e consapevolezza.
Come descriveresti il tuo stile?
Pulito e moderno, pensato per esaltare la bellezza naturale senza snaturarla. Credo in un make-up che accompagni il volto, che ne rispetti le caratteristiche e che risulti sempre equilibrato e credibile.
Qual è il tuo approccio creativo quando lavori a un progetto?
Parto sempre dal concept e dall’atmosfera del progetto. Da lì costruisco il make-up in relazione allo styling e alla persona, cercando una coerenza visiva e narrativa. Per me è fondamentale che il trucco abbia una personalità e dialoghi con l’insieme del lavoro.
Su quali elementi ti concentri maggiormente nella realizzazione di un look?
La base viso è centrale: una pelle curata e luminosa fa davvero la differenza in qualsiasi look. Per quanto riguarda il make-up occhi, utilizzo spesso la Pencil technique, una tecnica che permette di definire lo sguardo mantenendo naturalezza e morbidezza.
Come bilanci il concept con l’unicità della persona che hai di fronte?
Osservo e analizzo attentamente la persona e la sua pelle, poi adatto il trucco al concept senza forzare nulla. Il risultato deve sembrare naturale e credibile, mai costruito o eccessivo.
Quali sono stati finora i progetti più significativi del tuo percorso?
Tra i progetti più importanti ci sono diverse sfilate, tra cui lo show al Parco Archeologico di Ostia Antica, eventi a Villa Borghese e a Palazzo Brancaccio. Ogni esperienza rilevante mi ha insegnato a gestire meglio il tempo, il lavoro di squadra e la pressione, senza mai perdere attenzione per i dettagli.
Come immagini il tuo futuro professionale?
Mi vedo più sicura, con maggiore esperienza e sempre più coinvolta in progetti creativi stimolanti, soprattutto nell’ambito fashion ed editoriale, continuando a sviluppare un linguaggio estetico coerente e personale.

Sofia Agnese
Sofia Agnese è una fashion stylist e figura creativa attiva nel panorama contemporaneo della moda. Laureata in Fashion Styling e Comunicazione, lavora nel settore da sette anni, costruendo il proprio percorso in modo graduale e autonomo.
Non provenendo da una famiglia legata al mondo della moda, ha sviluppato le sue competenze principalmente attraverso l’esperienza diretta, affinando nel tempo metodo, indipendenza e una particolare attenzione al dettaglio. Il suo lavoro si distingue per un’estetica essenziale e concettuale, in cui geometrie, rigore formale e studio delle proporzioni diventano elementi centrali del linguaggio visivo. Per Sofia lo styling non è solo esercizio estetico, ma uno strumento narrativo capace di sostenere e rafforzare l’identità di un progetto.

Il suo processo creativo parte sempre dal concetto:
Dalla definizione della storia, del contesto e dell’identità, fino alla ricerca visiva e alla selezione dei look. Segue ogni progetto in tutte le sue fasi, collaborando attivamente con il team creativo per garantire coerenza e continuità tra visione iniziale e risultato finale.
L’estetica
Ispirata dalla moda concettuale, dall’arte contemporanea, dall’architettura e dal cinema, Sofia si riconosce in estetiche come quelle di Maison Margiela, Prada e Bottega Veneta, dove il pensiero progettuale e la struttura sono centrali. Parallelamente, mantiene un approccio aperto e flessibile, affrontando con interesse anche linguaggi stilistici lontani dal proprio, considerandoli occasioni di sperimentazione e crescita.
La carriera
Nel corso della sua carriera ha preso parte a progetti di rilievo, tra cui una campagna per Bulgari, e ha pubblicato su riviste come L’Officiel. Guardando al futuro, il suo obiettivo è consolidare il proprio percorso come fashion stylist, sviluppando collaborazioni affini alla sua visione e costruendo una firma estetica sempre più riconoscibile.
INTERVISTA a cura di Mina Elora
Come nasce il tuo percorso nello styling?
Il mio avvicinamento allo styling è avvenuto in modo naturale, come un interesse che nel tempo si è trasformato in una direzione chiara e consapevole. Lavoro come fashion stylist da sette anni e il mio percorso si è costruito passo dopo passo, a partire dalla formazione accademica, con una laurea in Fashion Styling e Comunicazione. Non provenendo da una famiglia legata al mondo della moda, ho imparato molto sul campo, sviluppando autonomia, metodo e una forte attenzione ai dettagli. È stato un cammino fatto di costanza e crescita, attraversato da momenti più semplici e altri più complessi, ma non ho mai sentito il bisogno di allontanarmi da questo mondo: lo styling è il linguaggio con cui riesco davvero a esprimermi.
Come descriveresti la tua estetica?
La mia estetica è essenziale e concettuale. Mi interessa lavorare su geometrie, rigore formale e proporzioni, cercando un equilibrio visivo pulito e misurato, in cui ogni elemento abbia una funzione precisa.
Qual è il tuo processo creativo?
Il mio processo creativo parte sempre dal concetto. Prima di pensare ai capi, cerco di comprendere la storia che voglio raccontare, il contesto e l’identità del progetto. La fase di ricerca è fondamentale per costruire una visione solida e coerente. Da lì passo alla selezione dei look e seguo il lavoro fino al set, collaborando in modo diretto con il team creativo per mantenere coerenza e intenzione fino al risultato finale.
Come avviene la selezione dei capi?
La scelta nasce sempre dall’ascolto del progetto e della persona o del brand coinvolto. Lavoro molto su volumi, proporzioni, materiali e dettagli, evitando l’eccesso. Ogni capo deve avere un senso all’interno della narrazione visiva complessiva. Mi interessa creare immagini credibili e pulite, in cui l’abito sostiene l’identità senza mai sovrastarla.
Quali sono le tue principali fonti di ispirazione?
Mi ispiro soprattutto alla moda concettuale, all’arte contemporanea, all’architettura e al cinema. Mi sento particolarmente vicina a estetiche come quelle di Maison Margiela, Prada e Bottega Veneta, dove struttura e pensiero progettuale sono centrali. Allo stesso tempo, se mi viene richiesto di lavorare su qualcosa di distante dal mio stile, accetto volentieri: mi piace sperimentare e mettermi alla prova anche con linguaggi lontani dal mio.
Quali sono stati i progetti più significativi del tuo percorso?
Tra i progetti più importanti c’è sicuramente l’aver lavorato a una campagna Bulgari, un’esperienza che mi ha permesso di confrontarmi con un contesto di alto livello, dove attenzione al dettaglio, visione e lavoro di squadra sono fondamentali. A questo si aggiungono le uscite su L’Officiel e altre riviste, che mi hanno dato visibilità e contribuito a rafforzare il mio approccio professionale, basato su precisione e coerenza.
Come immagini il tuo futuro professionale?
Nei prossimi anni desidero consolidare il mio percorso come fashion stylist e figura creativa, continuando a lavorare su progetti che rispecchino la mia visione estetica e il mio modo di intendere la moda. Mi interessa crescere in modo coerente, sviluppare collaborazioni con brand e realtà affini e costruire una firma personale sempre più riconoscibile.

ALESSIO CICOGNA
Nel panorama di una moda sempre più veloce e spesso dominata dall’eccesso, Alessio Cicogna emerge con una visione chiara e consapevole: unire mondi apparentemente inconciliabili senza mai perdere rispetto per il corpo che veste. Elegante, camp e con una sottile attitudine punk, il suo linguaggio nasce dall’incontro tra suggestioni dell’arte drag, riferimenti all’arte classica e una profonda attenzione all’eleganza del corpo femminile.
La ricerca di Cicogna si fonda su una tesi precisa:
La sperimentazione non deve mai tradursi in una violenza visiva, ma diventare uno strumento per valorizzare il corpo e raccontarne la forza. Un approccio che dialoga costantemente tra tradizione e rottura, costruendo una moda colta, narrativa e profondamente contemporanea.
Il percorso
Il suo percorso prende forma molto presto, inizialmente nel mondo dei costumi da ballo, dove sviluppa una sensibilità particolare per il movimento e per le esigenze di chi indossa l’abito. Successivamente, durante gli anni di formazione, approfondisce la moda in senso più ampio, consolidando un metodo progettuale strutturato e rigoroso.
Il processo creativo
Il suo processo creativo nasce dall’osservazione del mondo circostante e si sviluppa attraverso una ricerca approfondita, sia cartacea che digitale, tra archivi e biblioteche. Al disegno, alternato tra supporto tradizionale e digitale, segue un’attenta selezione dei materiali e una fase di realizzazione estremamente minuziosa, riflesso di un perfezionismo che diventa parte integrante della sua identità progettuale.
La stampa
Interessato alle innovazioni tecnologiche, guarda con particolare curiosità alla stampa 3D su tessuto, che immagina come una possibile chiave per il futuro della moda contemporanea.
Nel suo orizzonte, l’obiettivo è chiaro:
Continuare a costruire una carriera solida e, nei prossimi anni, dare vita a un brand indipendente capace di esprimere un’identità visiva forte, riconoscibile e coerente.

INTERVISTA a cura di Sofia Darel
Sofia Darel: Il tuo stile viene spesso definito elegante, camp e con una vena punk. Come convivono queste anime nel tuo lavoro?
Alessio Cicogna: Unire ispirazioni completamente diverse tra loro crea qualcosa di nuovo. Vengo spesso ispirato dall’arte drag, ma allo stesso tempo questa si fonde con elementi di arte classica e con l’eleganza del corpo femminile. È proprio questa tensione tra mondi lontani che mi interessa esplorare.
SD: Qual è la sfida più grande durante la realizzazione di un progetto?
AC: Il mio essere perfezionista. Questo aspetto mette spesso a dura prova le tempistiche, che sono quasi sempre ristrette. Sono molto minuzioso sia nella progettazione che nella realizzazione. L’unica soluzione è andare avanti e rendersi conto, solo più tardi, del lavoro soddisfacente che si è fatto.
SD: Quando nasce il tuo rapporto con la moda?
AC: Sono sempre stato nel mondo della moda. Ho iniziato con i costumi da ballo e successivamente ho conosciuto la moda vera e propria durante il mio percorso di studi, iniziato già al primo anno di liceo. È stato un passaggio naturale.
SD: Il tuo passato nei costumi da ballo ha influenzato il tuo modo di lavorare?
AC: Assolutamente sì. Ho imparato che bisogna assecondare il cliente il più possibile, senza però snaturare la propria natura e la propria creatività. È un equilibrio delicato ma necessario.
SD: Ci sono designer che senti particolarmente vicini alla tua visione?
AC: Sono sempre stato affascinato dall’eleganza di Valentino e Giorgio Armani, ma anche dalla capacità di uscire dagli schemi di Alexander McQueen e Vivienne Westwood. Tutti loro sono riusciti a raccontare una propria idea senza mai svendere il corpo che indossava i loro abiti, e questo per me è fondamentale.
SD Quale innovazione ti affascina di più oggi nel mondo della moda?
AC: La stampa 3D su tessuto. Spero di vederla sempre più applicata nella moda contemporanea e mi piacerebbe molto imparare a utilizzarla in prima persona.
SD: Come immagini il tuo futuro?
AC: Spero di continuare a fare questa professione il più a lungo possibile. Da qui a cinque anni mi piacerebbe aprire il mio brand e creare una mia identità visiva facilmente riconoscibile.
SD: Da dove nascono le tue idee?
AC: Le mie idee vengono spesso dal mondo che mi circonda. Se trovo qualcosa che mi affascina e mi ispira, lo prendo come punto di partenza e lo sviluppo in chiave personale.
SD: Come si struttura il tuo processo creativo?
AC: Faccio molte ricerche, sia cartacee che digitali, in biblioteche e archivi. Una volta conclusa la fase di ricerca, inizio a disegnare, alternando anche qui carta e digitale per esprimere meglio l’idea. Poi si passa alla ricerca dei materiali e infine alla realizzazione.
Ludovica Cataldo
TRA PASSIONE E INNOVAZIONE: IDENTITÀ PROGETTUALE E VISIONE CONTEMPORANEA
Designer eclettica e visionaria, Ludovica Cataldo rappresenta una sintesi consapevole tra la tradizione artigianale italiana e le istanze innovative del design contemporaneo. Il suo percorso formativo, che attraversa il liceo artistico, gli studi di architettura e la specializzazione in fashion design, si traduce in un linguaggio progettuale in cui struttura ed emozione, funzionalità ed espressione personale convivono in equilibrio dinamico.
ORIGINI DEL PERCORSO CREATIVO
Il capo di abbigliamento, nella sua visione, non è mai un semplice oggetto estetico, ma un dispositivo narrativo: ogni creazione diventa un frammento identitario, capace di riflettere e amplificare la personalità di chi lo indossa.


INTERVISTA a cura di Sofia Darel
Come nasce il tuo interesse per il design?
«Il mio rapporto con la moda inizia in età infantile, tra i tessuti e i ricordi di mia nonna sarta. Tuttavia, la vera presa di coscienza avviene durante l’esame di maturità, attraverso un progetto dedicato agli spazi della moda. In quel momento ho compreso che il design non era solo una passione, ma una direzione progettuale e professionale.»
Questa esperienza segna il passaggio da una dimensione intuitiva a una consapevolezza metodologica, elemento centrale nella costruzione di una pratica progettuale solida.
FORMAZIONE ED ESPERIENZE PROFESSIONALI
Quali tappe hanno contribuito maggiormente alla tua crescita?
«Il liceo artistico mi ha fornito una base visiva e concettuale fondamentale; l’università e l’Accademia del Lusso mi hanno permesso di sperimentare in modo concreto. Le collaborazioni con realtà come ALTAROMA ed Ensemble sono state decisive per comprendere il valore del backstage: la moda è lavoro di squadra, ritmo operativo e visione condivisa.»
Dal punto di vista accademico, queste esperienze evidenziano l’importanza del learning by doing e dell’interazione tra formazione teorica e pratica professionale, elementi oggi imprescindibili nel sistema moda.

CODICE STILISTICO E RICERCA ESTETICA
Come definiresti il tuo stile?
«Audace e diretto. Amo il contrasto: stampe animalier, pelle nera, cuciture rosse. Ogni abito deve raccontare chi lo indossa, mettendo in luce forza e fragilità.»
IL LINGUAGGIO
Il linguaggio stilistico di Ludovica Cataldo si configura come una ricerca sull’identità, in cui materiali, cromie e costruzione dialogano per creare un’estetica intensa e dichiarativa. Il contrasto diventa strumento progettuale e simbolico, capace di generare tensione visiva e significato.
MANTRA PROGETTUALE
«La creatività emerge anche nei vincoli. È lì che nasce la vera innovazione.»
Questa affermazione sintetizza una visione progettuale profondamente contemporanea, in cui il limite non è ostacolo ma motore creativo, coerente con le attuali riflessioni teoriche sul design sostenibile e responsabile.
VISIONE FUTURA DELLA MODA
Come immagini il futuro del fashion design?
«Lo immagino tecnologico e sostenibile: stampa 3D, materiali intelligenti, contaminazioni di genere. Il futuro è ibrido, e proprio per questo estremamente affascinante.»

PROSPETTIVE
La prospettiva proposta riflette un approccio critico e aggiornato al sistema moda, in cui innovazione tecnologica, sostenibilità ambientale e fluidità identitaria si intrecciano, delineando nuovi scenari progettuali e culturali.
Ada Romeo
La femminilità che si riappropria del potere attraverso il linguaggio dell’accessorio
Romana di nascita e cosmopolita per vocazione, Ada Romeo, conosciuta semplicemente come Adina, è la fondatrice e direttrice creativa di Madam, un brand che propone una rilettura radicale dell’accessorio femminile attraverso un forte impianto simbolico e culturale. Grazie a una formazione multidisciplinare che intreccia giornalismo, psicologia e fashion art direction, Adina sviluppa una visione progettuale in cui la moda diventa strumento di narrazione identitaria e affermazione personale. La cravatta – storicamente associata all’universo maschile e al potere istituzionale – viene così trasformata in un segno di autodeterminazione, libertà e consapevolezza femminile.
INTERVISTA a cura di Sofia Darel
ORIGINE DELLA RICERCA CREATIVA
Come nasce il tuo rapporto con la moda e, in particolare, con la cravatta?
«Non c’è stato un momento preciso. La moda è sempre stata parte di me. Durante gli anni universitari a New York ho capito che poteva diventare il mio linguaggio di libertà.
Le cravatte mi affascinavano per la loro forza simbolica: ribaltarle significava riscrivere un codice.»
Questa dichiarazione evidenzia un approccio alla moda come atto culturale e politico, in cui il design opera una decostruzione dei segni tradizionali per generare nuovi significati.
La cravatta, in questo contesto, diventa un dispositivo semiotico capace di sovvertire ruoli e convenzioni.
Crescita e riconoscimento
Quali sono stati i momenti chiave nel percorso del brand?
«Il primo shooting, le prime vendite, ma soprattutto il primo feedback da una cliente che mi ha detto: “Mi sento potente”. Quello è stato il vero traguardo.» Questo episodio sottolinea come il successo del progetto non sia misurato esclusivamente in termini commerciali, ma soprattutto nella capacità del prodotto di generare un’esperienza emotiva e trasformativa. Il potere evocato è simbolico, ma profondamente reale.
DICHIARAZIONE DI POETICA
«L’eleganza non appartiene al genere, ma alla personalità.»
Un’affermazione che sintetizza la filosofia di Madam e si inserisce nel dibattito contemporaneo sulla fluidità di genere e sull’abbigliamento come espressione individuale, piuttosto che come imposizione sociale.
NASCITA DEL BRAND MADAM
Cosa ti ha spinta a creare un marchio tuo?
«Madam nasce da un bisogno personale. All’inizio realizzavo cravatte per me stessa, poi per le mie amiche. Quando una sconosciuta mi chiese di comprarne una, ho capito che la mia visione poteva parlare anche ad altri.»
La genesi del brand riflette un processo tipico del design indipendente, in cui l’esperienza personale si trasforma gradualmente in progetto collettivo. Madam si configura così come un’estensione dell’identità della designer, ma anche come spazio aperto di riconoscimento per chi lo indossa.
ISPIRAZIONI E LINGUAGGIO ESTETICO
Cosa ispira i tuoi design?
«Le storie delle persone. Ogni cravatta è unica, come chi la indossa. Mi ispiro ai simboli floreali e alla sacralità: due dimensioni opposte che convivono nella donna contemporanea.»
L’estetica di Madam si fonda su una tensione tra delicatezza e forza, tra intimità e dichiarazione pubblica. Il riferimento alla sacralità introduce una dimensione rituale dell’accessorio, che smette di essere decorazione per diventare segno identitario.
NOTA DI METODO PROGETTUALE
«Non creo mai due pezzi uguali: la mia estetica vive nel dettaglio irripetibile.»
Un approccio che si oppone alla standardizzazione industriale e riafferma il valore dell’unicità come principio etico ed estetico del design contemporaneo.



